Con il referendum si chiede se vogliamo l’abrogazione di una norma che, oggi, consente alle Compagnie petrolifere di continuare l’attività di estrazione del petrolio, anche dopo che la concessione sia scaduta, sino all’esaurimento del giacimento petrolifero.
La norma riguarda le 92 piattaforme marine che oggi sono entro le 12 miglia dalla costa, ossia circa 20 chilometri. Di queste 48, sono le piattaforme eroganti petrolio o metano, di cui 21 riguardano trivellazioni di petrolio (dati dal sito Ministero Sviluppo Economico). Tre di queste trivellazioni sono nel mare pugliese. Il referendum non riguarda le 43 strutture esistenti in Italia, che sono al di là dei 20 Km dalla nostra costa.
Fino a poco tempo fa, la legge stabiliva che dopo al massimo 45 anni, la concessione scadeva e la Compagnia non poteva più estrarre petrolio. Con la nuova norma invece, si è concesso alle Compagnie di continuare a trivellare anche dopo la scadenza della concessione, a tempo sostanzialmente indeterminato, sino all’ esaurimento del giacimento. Se vince il SI, quindi, entro i prossimi 2 /10 anni, queste concessioni scadranno e le attività estrattive dovranno cessare.
Premesso questo, provo a sintetizzare i motivi per votare si: 1) Chiudere al più presto possibile le estrazioni che sono troppo vicine alle nostre coste e quindi mettono a rischio la qualità dell’industria del turismo, che per noi è ben più rilevante economicamente di pochi pozzi petroliferi. 2) Impedire un regalo immeritato e ingiusto alle Compagnie petrolifere: qualsiasi impresa sa che quando gli scade una concessione, questa torna allo Stato che decide cosa fare e, al massimo, le rimette sul mercato chiedendo nuove verifiche di compatibilità ambientale e nuove gare (con nuovi soldi per lo Stato). 3) La vittoria del SI manderebbe un messaggio molto forte e chiaro (anche al di là dello specifico quesito referendario): vogliamo un modello di sviluppo energetico equilibrato. Non vogliamo trivellazioni a meno di 20 km dalle nostre splendide coste. 4) Indurre il Governo a scrivere un Piano Energetico Nazionale che tenga conto di alcune elementari esigenze come ad es. spingere sulle energie rinnovabili e impedire che si possa estrarre petrolio a pochi chilometri dalle coste italiane.
Chi è a favore delle trivelle pone essenzialmente due temi che in realtà sono soltanto mere suggestioni: 1) “Vi saranno tanti posti di lavoro a rischio”. L’eccezione non ha fondamento se si considera che vi sarà comunque una gradualità negli anni delle chiusure e ogni Compagnia, in ogni caso, quando si chiude un giacimento (ad esempio per semplice esaurimento) sposta la sua forza lavoro su altri giacimenti, di cui nel frattempo si è aggiudicata la concessione. Altrimenti non si spiega perché, negli anni passati i livelli occupazionali complessivi delle grandi Compagnie petrolifere sono andati aumentando o rimasti stabili anche nei periodi di crisi. 2) “Abbiamo bisogno di energia che, se non produciamo in casa, dovremo poi importare”. Dai dati del MISE si ricava che le trivelle entro le 12 miglia, nel 2015, hanno contribuito a soddisfare circa il 3,5% dei nostri consumi interni di gas e l’1% di quelli di petrolio. Percentuale irrisoria nel quantum, che diviene ancora più irrilevante, a livello economico, se si considera che le Compagnie non è che regalano all’Italia il gas e il petrolio che estraggono da noi!
Ultima considerazione, quella che più di tutte le altre quattro, spinge personalmente me a votare SI: per una volta che posso dare un piccolo contributo concreto ed un forte messaggio politico, a tutela della "casa comune" e a favore di un nuovo stile di sviluppo sostenibile, non rimango di certo a casa.
avv. Antonio Pinto
Venezia Mestre, 7 marzo 2016 – Sono mesi drammatici per i piccoli risparmiatori. All’indomani dell’assemblea dei 117 mila azionisti di Banca Popolare di Vicenza, la Federazione Confconsumatori – ACP e l’Associazione Serenissima concordano nel ritenere che siano state esclusivamente la cattiva gestione degli Amministratori e l’incapacità dei controllori Bankitalia e Consob a cagionare il danno ai 335.000 azionisti (VB e BPV); dunque incontra gli azionisti per indicare quattro azioni concrete che possono restituire dignità ai risparmiatori traditi.
Domani sarò a Francavilla, relatore in un convegno che presenta i “Tavoli per la sussidiarietà”, un nuovo modello di sviluppo sociale ed economico, ideato da Giovanni Vita. Ci saranno Leonardo Becchetti, Ordinario di economia politica Univ. di Roma, Luigi Bobba, Sottosegretario al Ministero del Lavoro, Carmelo Rollo, Vicepres. di Legacoop Nazionale, Salvatore Negro, Assessore al Welfare della Regione Puglia, Maurizio Bruno, Presidente della Provincia di Brindisi, Gianluca Budano, Direttore dell’Ambito Territoriale Sociale Br 3, Angelo Palmisano, Presidente dell’Ambito Territoriale Sociale Br 3, Giovanni Vita, A.U. della società VITACOM, ideatore del modello di innovazione sociale che sarà descritto venerdi. In estrema sintesi, questo modello prevede una collaborazione continua e stabile fra i corpi sociali intermedi e le P.A., al fine di decidere azioni concrete di promozione sociale e di sviluppo economico, da svolgere sul territorio.
Venezia Mestre, 21 dicembre 2015 – La pazienza è finita. All’indomani dell’assemblea degli 88 mila azionisti di Veneto banca di sabato scorso le Associazioni Confconsumatori-Acp e Associazione Serenissima chiedono l’emanazione immediata di una legge che fissi almeno tre regole non più rimandabili:
“Se non si provvederà a introdurre queste minime regole di civiltà economica, noi proporremo uno sciopero del risparmio, uno sciopero dall’acquisto dei prodotti finanziari proposti indiscriminatamente agli sportelli come accade oggi”, ha affermato Mara Colla, Presidente nazionale della Federazione Confconsumatori – ACP a nome delle tre Associazioni. “La fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni è scesa oltre il limite, che si credeva insormontabile, raggiunto dopo il crack Parmalat per colpa esclusiva dei comportamenti di chi ha venduto azioni e altri prodotti inidonei ai piccoli risparmiatori. È un fatto gravissimo che mette a rischio la coesione sociale”.
NON SPECULATORI MA PERSONE COMUNI – L’avvocato Luca Di Rocco, responsabile dell’Associazione Serenissima, ha chiarito che: “Gli azionisti di una Banca non quotata in Borsa non possono in nessun modo esser considerati speculatori”. Infatti, si trattava di titoli illiquidi, cioè titoli che, per loro natura, non possono essere venduti facilmente, ma solo se e quando si trova un acquirente. “Nessuno speculatore compra questo genere di titoli – ha spiegato Di Rocco – ma compra, invece, azioni quotate in Borsa, con valori che oscillano e che possono essere vendute e ricomprate anche in poche ore. Qui siamo dinanzi a persone comuni, che cercavano solo un porto sicuro per i propri risparmi, oppure credevano nella solidità della banca del loro territorio, per i numeri di bilancio che erano loro comunicati. O, ancora, si tratta di persone cui sono state vendute azioni unitamente alla concessione di prestiti, con una prassi che subordina l’erogazione del credito all’acquisto di azioni”. Dalle circa 1.500 segnalazioni giunte alle sedi dell’Associazione emerge che la frase ricorrente usata per rassicurare i correntisti in sede di vendita era: “Figurati se può fallire la Banca”.
TUTELA IN SEDE CIVILE E PENALE – L’avvocato Antonio Pinto, legale di Confconsumatori, ha spiegato come, dagli stessi documenti forniti in occasione dell’assemblea di sabato dal nuovo management agli azionisti, si comprende come sia possibile proporre una causa civile contro la banca che ha venduto le azioni. “Occorre chiedere l’invalidità dei contratti stipulati, – ha spiegato Pinto – per una serie di gravi violazioni di legge del Testo Unico Bancario e del Testo Unico dell’Intermediazione Finanziaria. In particolare, occorre chiedere la nullità del contratto di acquisto per violazione di norme imperative, come ad es. false comunicazioni sociali ex art. 2621 c.c., ovvero per pratiche commerciali scorrette e abuso di posizione dominante. In secondo luogo, sarà possibile chiedere al Tribunale civile l’annullabilità del contratto per errore, indotto su elementi essenziali del contratto. Infatti, non essendo Veneto Banca quotata in Borsa, il prezzo di vendita delle azioni della Banca veniva annualmente fissato dal Consiglio di Amministrazione, sulla base di parametri che essi solo potevano conoscere. Chi ha comprato, lo ha fatto sulla base esclusiva dei dati di bilancio che venivano pubblicizzati. Oggi, dopo quello che è successo, appare che tali dati (ad es. quelli sulle sofferenze, sui valori degli avviamenti, ecc.) molto probabilmente non erano corretti e questo legittima una domanda di annullabilità per errore incolpevole di chi ha comprato azioni, facendo affidamento su ciò che gli veniva comunicato”. In ogni caso, su una vicenda complessa come questa, sarà indispensabile esaminare ogni caso singolarmente, perché possono esserci differenze importanti da valorizzare davanti al Tribunale (si pensi ad es. a chi ha sottoscritto tutti i documenti richiesti per legge e chi invece no, oppure a chi ha comprato in concomitanza di un prestito erogato dalla banca, chi compra abitualmente titoli a rischio e chi no, ecc.).
L’avvocato Luca Baj, avvocato penalista di Confconsumatori, ha annunciato che: “L’Associazione presenterà un esposto dettagliato sulle condotte, che si sono conosciute grazie alle varie denunce che stanno giungendo all’Associazione dai tanti risparmiatori. Consigliamo ai singoli azionisti di proporre un esposto penale per chiedere l’accertamento di eventuali reati e la conseguente punizione dei vari soggetti responsabili di tali eventi truffaldini (ad es. per la falsificazione dei dati di bilancio). Se il processo penale prenderà corpo, ci si potrà costituire parte civile per chiedere il risarcimento dei danni agli imputati. Gli esposti di tanti azionisti che ritengano di esser stati vittime di condotte scorrette, sono importanti anche per rafforzare e dare ancora più peso all’azione di indagine dei Pubblici Ministeri.”
Perdita dell’81% del valore delle azioni e nessun rimborso ai soci che recedono: Confconsumatori spiega come ottenere giustizia
La relazione depositata ieri da Veneto Banca sul valore di liquidazione delle azioni e sulla limitazione del diritto di rimborso, dimostra che il prezzo di 7,3 euro ad azione a fronte dei 39,5 euro di inizio 2015 (dunque una svalutazione vertiginosa dell’81%) è il frutto della gestione degli scorsi anni, che verosimilmente ha rappresentato dati patrimoniali non veritieri alla platea dei piccoli azionisti.
«La perdita che si prefigura appare ancora più devastante di quanto si temeva», commenta Mara Colla, Presidente di Confconsumatori. «La circostanza che la Banca si sia avvalsa anche della sua facoltà, pur riconosciuta dal recente vergognoso DL 3/2015, di non consentire neppure (almeno) il rimborso del prezzo di recesso, bloccando ogni liquidabilità delle azioni, sino all’eventuale quotazione in Borsa, è grave».
Confconsumatori, in base all’esperienza maturata in anni di tutela dei “risparmiatori traditi”, ha delineato unpercorso per recuperare le ingiuste perdite subite. Il primo step sarà l’esposto penale collettivo, finalizzato a denunciare e far emergere condotte dei precedenti amministratori, che siano state penalmente rilevanti nel cagionare i danni patrimoniali subiti dagli azionisti. In secondo luogo si procederà con la causa civile contro la Banca, al fine di chiedere l’invalidità del contratto di acquisto delle azioni ed ottenere la restituzione delle somme versate.
Secondo l’avvocato Antonio Pinto, legale di Confconsumatori, che sta assistendo vari azionisti: «In base a recenti e chiare istruzioni di Banca d’Italia, è importante verificare, ad esempio, se l’acquisto dei titoli sia stato finanziato in concomitanza con prestiti concessi dalla banca. Questa ipotesi configura una chiara violazione dell’articolo 2358 del codice civile, che impedisce a una società di accordare prestiti o fornire garanzie per l’acquisto delle proprie azioni. In tal caso, l’acquisto è invalido e la banca deve restituire le somme. Peraltro la perdita dichiarata di 770 milioni di euro al 30.09.2015 non è certo figlia dell’anno 2015, pertanto è ragionevole ritenere che gli acquirenti siano stati indotti in errore da dati pubblici che non erano effettivi».
L’avv. Luca Baj che ha ricevuto il mandato di difendere Confconsumatori, nel procedimento penale avviato dalla Procura di Roma contro vari ex dirigenti della Banca, chiarisce che: «Ove fosse riscontrata, ad esempio, l’ipotesi di false comunicazioni sociali, o comunque di anomalie nella gestione della società, nei precedenti anni, tale accertamento, inciderebbe sull’annullabilità dei contratti di compravendita conclusi dai risparmiatori azionisti».
I possessori di azioni possono rivolgersi all’indirizzo confconsumatoripuglia@yahoo.it, oppure alla sede nazionale all’indirizzo risparmio@confconsumatori.it, o presso le sedi territoriali.
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